sabato 26 dicembre 2009

THE CLASH: LONDON CALLING

Trent’anni fa, precisamente il 14-12-79 veniva pubblicato uno dei migliori album di musica contemporanea di tutti i tempi. Forse il migliore se si tiene
conto di ambiti ben precisi, quali la musica rock (come espressione di un fenomeno musicale  “pop” cominciato nei primi anni ’50  che aveva come prerogativa l’utilizzo della chitarra elettrica come mezzo-strumento di impatto emotivo e di fortissima carica sessuale) e il fenomeno punk (implosione naturale del rock dell’epoca, vanitoso e fine a se stesso). L’album in questione è London Calling dei londinesi Clash: terzo album ( e si davvero quello della maturità…) e  dignitoso spartiacque  per quel fenomeno (il punk) esploso nei solchi dei vinili dei fine settanta: in breve qualcuno aveva alzato la voce per dire “noi sappiamo fare musica vi dirò di più abbiamo lanciato il seme, la terra è fertile, abbiamo tracciato la linea, il confine. Una nuova ondata rigenererà questo vecchio mondo rock stanco e imborghesito: noi siamo la seconda generazione del rock and roll”. Questo disco è uno dei pochissimi che ho dovuto ascoltare una sola volta per rendermi conto di quanto fosse fresco e monumentale come un giochino da scoprire un pò alla volta che ti apre la mente, ti rivela colori sotto forma di ritmiche secche e pressanti come uno schiaccia-sassi , suoni che ripercorrevano l’epopea del rock and roll dagli albori alla loro attualità e melodie “drammaticamente combat” che Joe Strummer snocciolava a cuore aperto per trasmettere quel fottuto bisogno di protestare: Scrivo canzoni di protesta, quindi sono un cantante folk. Un cantante folk con chitarra elettrica".

I Clash all’epoca furono detrattati dai puristi per diversi motivi: in
primis per il loro famoso contratto con la CBS da 100.000 sterline, mossa non accettata dal movimento punk; e poi in seguito per questo London Calling, troppo pulito, poco rozzo, troppo contaminato, troppo world music e ovviamente troppo maturo per l’audience punk. Ma i Clash avevano fatto invece la cosa giusta, musicalmente intendo; dando sfogo alla loro intelligenza e sensibilità erano riusciti a mescolare e fondere molti dei generi o tendenze musicali della Londra fine settanta ovvero ritmiche in levare ska/reggae; il rockabilly, il folk e il blues americano; sezioni di fiati jazzati e sorpendenti cosi come tappeti di hammond dal sapore sixties . Questo era un salto di qualità per tutto il movimento, era uno dei primi dischi che conservava l’attitudine ed il
fine ma lo faceva nella maniera più giusta e complessa ovvero attraverso la “musica”, attraverso il rock and roll uscendo da quegli stessi standard che si erano creati nei dischi punk-rock, prendendosi la libertà della sperimentazione e l’ardore di definirsi ancora “punk” di fatto, forse non di forma lanciando la sfida sul piano prettamente musicale a tutti gli dei dell’olimpo rock!  Politica, problemi sociali, periferia, armi e rivoluzioni, ingiustizie sociali e anti-multinazionali della prima ora: questi rimanevano i temi combat dei nostri, pronti dare inizio alla battaglia, con il solito impegno e la protesta pendente con rabbia dalle labbra.  Ultima nota la copertina: un riferimento o citazione per Re Elvis prendendo spunto per i caratteri da uno dei suoi miglior album (1956), aggiungendo poi una mitica foto, quella di Paul Simonon che spacca il basso sul palco durante il concerto al Palladium di New York. Questa forse una delle copertine più belle del Rock and Roll.

Se un giorno dovessi spiegare ad un alieno cosa è la musica rock, non esiterei a proporgli London Calling, il sunto perfetto di ciò che gli esseri umani hanno voluto intendere con la musica ed il rock and roll del 19° secolo.

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