mercoledì 31 luglio 2013

Roger Waters Live in Rome 28/07/2013

Ore 17.30, Villa Ada; il caldo non lascia tregua a Roma, la stritola. Mi nascondo tra gli alberi di uno dei polmoni della capitale aspettando che cali il sole per avviarmi, a pochi km in linea d’aria, all’evento atteso da 8 mesi, dal giorno in cui acquistai il tagliando. Radio Rock, nel frattempo via etere, ha deciso di mitigare l’attesa proponendo l’opera massima, The Wall.

Per fortuna entro nello stadio tra gli ultimi. Attesa nulla. Odio i concerti negli stadi e odio i mega-concerti. Ne ho visti diversi soprattutto in tenera età, ma ora li considero un qualcosa di abbastanza infantile, da fare raramente, magari per ricordarti di ciò che eri da ragazzino, di quelle esperienze  in cui mi ero formato e quell’attitudine che avevo fatto mia, una ventina di anni fa o poco più: i viaggi vs le grandi città, in treno o macchina, le estenuanti attese, lo sforzo fisico da sostenere per poi godersi la musica…Ora vivo a Roma. Praticamente il concerto è sotto casa. Comodo ed economico!

Tutto è come te lo aspetti. Un muro enorme riempie la curva sud per circa 150 mt;  Mother di John Lennon risuona nell’Olimpico, colmo per le grandi occasioni. E poi Waters; il bassista dei Pink Floyd, l’egocentrico musicista che ha creato e sviluppato  uno delle più grandi rock business band; colui che estromesse Syd dal gioco perché troppo fatto; colui che professionalmente pretendeva che droghe leggere in studio non entrassero. Perché i mondi artificiali li creavano loro, in laboratorio, con la loro musica.

Waters ha deciso di ri-suonare la sua opera massima e soprattutto di reinterpetrarla  in maniera  teatrale, forte già del film che era un misto di animazioni e scene girate. Nel tempo però, quasi a volerne esaltare il suo significato (extra-musicale…) ha trasfigurato la sua creatura, gli ha dato un’altra forma, rendendola  scenicamente esilarante e maestosa e “tecnologicamente avanzata”  in pieno stile Pink Floyd. Dal punto di vista intellettuale ha tentato di renderla universale esaltando i messaggi dell’opera. A Roger l’essere un semplice musicista, con una mediocre voce (seppur particolarissima) ed un normale-bassista non è bastato.  Ha svuotato musicalmente la sua opera, perché il disco, uscito nel 1979 ha ben poco da dimostrare, già emozionante se lo ascolti comodamente seduto sul divano di casa. Waters ha messo su un piano sue personalissime paranoie che con la sua megalomania ha reso universali  trasponendole in paranoie o semplicemente noie “umane” dal carattere universale, fino a toccare temi a volte più grandi di lui: “riportiamo i ragazzi a casa, quale futuro per una generazione con i padri morti in guerra?”. E cosi gioca a fare il dittatore: con un megafono dirige le folle, in virtù della sua musica che gli da la forza per esercitare il controllo sulle masse. Sulla massa assiepata per le sue canzoni, pronta a rispondere anche con gesti fisici.

Il finale prevedibile, prevede un muro che si abbatte, e la storia ci dice che possiamo vincere, che nulla potrà incatenarci, siano paranoie umane, personali o sociali o politiche. Il porco areostatico questa volta è più aggressivo: è un cinghiale, simbolo e brutale contenitore dei “simboli” del secolo scorso, delle dittature e delle ideologie che hanno contribuito alla militarizzazione del pensiero. Gli indigeni posti al centro del campo si abbattono sul cinghiale fino a farlo scoppiare, straziandolo e spartendosi le membra (credo di essere stato io a bucarlo) ponendo fine allo spettacolo, celebrando nel modo migliore il mito iconografico di una non uniforme generazione (due o forse tre) legata (e) al mito floydiano.

Dovrebbe essere l’ultima, l’ultima di Waters, l’ultima volta che la sua megalomania prenderà a pugni il rock, esaltandosi con i suoi simboli. I simboli dei Floyd di un passato andato: maiali areostatici, aerei, muri che cadono. Una scenografia di impatto enorme che ricorda chi furono i primi ad esagerare con gli show musicali, andando oltre il semplice concerto rock; ricorda l’immensità di quella band che ha scritto canzoni e dischi di uno spessore a volte troppo ingombrante. Ora però non fa più un certo effetto:  sono simboli di un tempo andato. Un concerto dei Floyd 30 anni fa creava stupore, mito e grandeur. Ieri è stata una grande serata insieme ad un pò di amici (Eat a peach/j t’appic), una buona vodka e salutare buon umore. Ieri Waters ha cantato alcune delle canzoni che appartengono alla mia vita e che riescono a suscitare in me eccessive reazioni epilettiche fino a farmi piangere.

Immagine

 

domenica 28 luglio 2013

Foto del giorno (2)

Foto del giorno (2)

Floyd, nella prima metà degli anni 70. Autore, luogo e tempo di scatto a me sconosciuto. Trovata su una di quelle pagine pirata di FB commemorative